PER UNA CITTA' ACCESSIBILE A TUTTI
Poichè un disabile deve potersi muovere autonomamente per la città, dato che la dignità di una persona non si misura in scalini.
PROPONIAMO QUESTA PETIZIONE
da presentare al Comune di Pistoia affinchè si muova concretamente per rendere accessibili i posti cosiddetti "PUBBLICI" a tutti
Visto che le norme legislative attualmente in vigore prevedono che tutti i locali pubblici, compresi quelli adibiti ad esercizi commerciali, devono essere resi accessibili alle persone con ridotte o impedite capacità motorie. E’ invece sconcertante constatare che quasi tutti i negozi del centro storico presentano gradini al loro ingresso che ne avviliscono l’immagine, specie se si transita per via degli Orafi, la strada più prestigiosa di Pistoia.
Vogliamo, pertanto, sensibilizzare i pubblici esercenti e le associazioni di categoria che li rappresentano a rendere accessibili i loro locali.
VERGOGNOSE
sono le autorizzazioni di idoneità all’accesso e visibilità, che vengono rilasciate dalle autorità pubblica preposte a tal compito. La superficialità e disinvoltura con cui vengono emessi tali atti lasciano sgomenti! Offendono la stessa professionalità dei tecnici preposti a tale funzione.
E’ triste inoltre constatare come:
- bellissimi palazzi che costituiscono il “fiore all’occhiello” della città di Pistoia (come il Balì) non possano essere visitati da parte dei cittadini disabili nonostante vi sia una legge in vigore da quasi quarant’anni che obbliga a renderli accessibili;
- sale cinematografiche raggiungibili solo mediante rampe di scale possano essere privilegiate, da parte degli amministratori pubblici, nell’ottenere contributi e patrocini per varie manifestazioni al loro interno;
- marciapiedi di strade pubbliche possano tranquillamente essere invasi da auto in sosta senza che le autorità preposte all’ordine pubblico intervengano (come avviene in alcuni tratti dei marciapiedi di via Pacinotti);
ORA BASTA! PROTESTIAMO CON TUTTE LE NOSTRE FORZE CONTRO IL PERPETUARSI DI TALI SITUAZIONI
E chiediamo, inoltre, che:
a) Gli enti pubblici elaborino un piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche ancora esistenti da concordare con le associazioni di portatori di handicap;
b) Il Comune dia piena attuazione al Regolamento dei contributi e dei patrocini e che quindi non sostenga iniziative a manifestazioni che si svolgano in locali non accessibili;
C) La Provincia non utilizzi e non conceda a terzi per iniziative pubbliche la sala del Palazzo Balì, finché questa non sarà resa accessibile.
BASTA UNA FIRMA!!
E queste sono le foto di una bella città, di un luogo molto particolare e soprattutto di un insieme umano fra i più potenti e soavi che io abbia mai sperimentato; centinaia e centinaia di persone arrivate da mezzo mondo accomunate dalle più profonde aspirazioni e sempre più lanciate nella realizzazione di quell'immenso sogno tanto grande da far quasi paura, ma anche per questo così importante per la vita di ognuno di noi.
Umanizzare la Terra.
Spero con tutto il cuore che queste immagini possano passare anche solo un po' del clima che si era creato e che riaccendano nel cuore di più persone possibile la scintilla della speranza, il sacro fuoco della fede nell'essere umano e in un futuro migliore.
Grazie a tutti noi di esistere.
Tutti noi esseri umani, chiaramente.
In un periodo come l'attuale (ma ho la brutta sensazione che sia da troppo tempo così) nel quale le cronache sono piene di avvenimenti che hanno molto poco a che fare con la pace, la solidarietà, la crescita e lo sviluppo dell'umanità, pubblicare foto e video di un campeggio umanista può essere una boccata di aria fresca per molti di noi. Uno spiraglio di speranza, l'occasione per ricordarci che il mondo non è come viene dipinto dai media, bensì come decide di costruirlo ognuno di noi.
E quindi...buona visione! e un abbraccio a tutti voi.
E' nato tutto da uno scherzoso scambio di sms con la mia compagna. E quando sei disteso, non risucchiato dal quotidiano, quando hai energie per far girare i pensieri per conto loro.....capita che vengono fuori delle strane idee.
Non credo che sia una idea mia, o meglio non credo di essere il primo o l'unico ad averla avuta, però posso affermare in tutta franchezza che non mi pare d'averla sentita o letta ancora da nessuna parte, e volendola condividere col mondo, quale posto migliore di questo?
Quanti cellulari ci sono in Italia? Parecchi milioni. Quanto ci martellano, i vari gestori, con le offerte più imperdibili per chiamare la zia Olga a prezzi imbattibili? Oppure per mandare le foto dei posti più esotici a TUTTI ma proprio TUTTI gli amici? Oggi, per la festa della donna,un negozio d'abbigliamento mi ha mandato un messaggio con uno sconto notevole su gonne e simili....
La tecnologia c'è già, gli utilizzatori anche (e siamo tanti), allora perchè non usare in modo utile gli strumenti che abbiamo a disposizione?
La proposta:
Un numero gratuito al quale ognuno può spedire un SMS ed esprimere la propria opinione su un tema che riguarda tutti noi. Vorrei veramente vedere dei politici, un governo, un parlamento, che ha il coraggio di istituire una forma di consultazione così permanente, diretta e immediata. Ad esempio questa settimana possiamo dire SI oppure NO all'approvazione di una legge; il risultato potrebbe essere consultato on-line o via sms in tempo reale e darebbe il polso delle preferenze reali della popolazione. Questo tipo di consultazione potrebbe anche non essere vincolante, ma sicuramente nessuno potrebbe manipolare il risultato, come accade spesso con i sondaggi. E di fronte a milioni di pareri contrari, vorrei vedere quale maggioranza prenderebbe decisioni veramente impopolari; e se anche lo facesse, non servirebbe ad altro che a sottolineare la distanza tra la situazione attuale ed una vera, REALE, democrazia. Si, mi piacerebbe dire la mia sulla TAV, sul ponte sullo stretto, sul digitale terrestre, sui finanziamenti pubblici alle scuole private, sui PACS e così via.....
Chiaramente tutti quelli che sentono in pericolo il proprio potere rappresentativo (spesso fittizio e slegato dalla realtà), diranno che una consultazione del genere non è adatta alle persone comuni, all'uomo della strada. Diranno che difficilmente la gente accetterebbe sacrifici e saprebbe decidere la via migliore. Ma questo è un atteggiamento paternalista che offende tutti noi, perchè sicuramente siamo molto più bravi noi a gestire le nostre vite che "loro" ad amministrare uno Stato.
Si, vorrei proprio vedere qualcuno che propone una cosa del genere; scommettiamo che, invece, nessun partito candidato alle prossime elezioni accetterà questa proposta?
C'è una convinzione che mi aiuta, di fronte all'apparente esplosione di intolleranza e violenza che quotidianamente sembra soffocare la nostra libertà, il nostro futuro, le nostre speranze: che nel cuore della maggioranza delle persone di questo mondo c'è ben altro. Non c'è l'intolleranza degli attuali leader (praticamente di qualsiasi colore, partito, religione o nazione), non c'è l'arroganza e la prepotenza della forza bruta, non c'è l'egoismo del più forte o del più ricco che cerca di preservare il proprio predominio. C'è ben altro. C'è solidarietà, c'è interesse per la propria sorte e per quella di chi ci sta al fianco, c'è la speranza di un futuro migliore basato su valori morali molto più umani di quelli del sistema attuale. Ma questi sentimenti rimangono soffocati, troppo spesso, da quella che sembra essere l'unica realtà (quella che ci vogliono imporre); un panorama desolante di intolleranza, fanatismo, stupidità, violenza. Questi sembrano essere i fatti reali. Credo invece che la realtà stia nel nostro cuore, nelle nostre aspirazioni, in quel mondo che sogniamo e nel quale ci piacerebbe vivere. Dobbiamo solo trasformare sempre di più in fatti queste aspirazioni. Con azioni concrete, con il coraggio di affermare ciò che sentiamo. In ogni situazione, in ogni forma possibile. Sabato 12 novembre io sarò in P.za Signoria, a Firenze, per costruire un futuro diverso. Per manifestare al mondo quello che sento, insieme a tanta altra gente che condivide le mie aspirazioni. Ti invito ad unirti a noi, portando un fiore, tutta la gente che conosci e i tuoi migliori sentimenti. Ti aspettiamo.
Sabato 12 novembre 2005 h. 16.30 in P.za Signoria a Firenze
A PROPOSITO DI UNA ESERCITAZIONE ANTITERRORISMO TENUTA A MILANO IL 23 SETTEMBRE 2005
Oggi hanno fatto le prove come se ci fosse stato un attentato. Oggi hanno fatto le prove come se loro fossero preoccupati delle nostre vite e del nostro destino. Oggi hanno fatto le prove come se loro fossero persone responsabili che sanno cosa fare per affrontare i problemi. Oggi è come se alcuni di voi si sono sentiti più protetti e sicuri.
Questi signori “come se” quando tagliano i soldi per la sanità lo fanno per davvero. Questi signori “come se” quando pensano ai loro affari e agli affari dei loro amichetti lo fanno per davvero. Questi signori quando invadono altri paesi fanno disastri e tragedie per davvero, anche se poi non li mostrano in tv.
Amica mia, amico mio svegliati! Ti stanno prendendo per il culo! Cosa ci fanno i nostri soldati in Iraq, come se fossero una forza di pace? In questi giorni l’ENI ha distribuito milioni di euro agli azionisti per i guadagni vertiginosi che sta accumulando. Cosa ci fanno i nostri soldati in Iraq come se fossero una forza di pace? Ve lo dico io cosa ci fanno: difendono i pozzi di petrolio per l’AGIP, difendono i guadagni vertiginosi dell’AGIP, che significa ENI. Sono andati in un altro paese con le armi per curare “I Buoni Affari”.
E cosa importa se noi dobbiamo, per questo, diventare amici di chi ha sotterrato decine di migliaia di vittime innocenti sotto le bombe (donne, bambini, vecchi, malati)? Forse il terrore impotente di una donna che stringe al petto il proprio bambino, mentre suonano le sirene e fischiano le bombe che si schiantano al suolo, è diverso dal panico dello scoppio di una bomba in un metrò? E’ diverso perché quella donna è irachena e quelle bombe sono cristiane e americane? Cosa ci fanno in Iraq i nostri soldati? Ve lo dico io cosa ci fanno: curano dei buoni affari per l’ENI e per l’AGIP.
E non importa se questo vuol dire allearsi con dei folli guerrafondai incompetenti che non sanno neanche soccorrere la loro popolazione di fronte a una calamità naturale. E non importa se così ci espongono al pericolo di un attentato che farà altre vittime innocenti!
I responsabili di questi disastri non dicono: “Abbiamo sbagliato!”. I responsabili di questi disastri non dicono: “Abbiamo fallito!”. I responsabili di questi disastri non ci chiedono scusa, cercando di riparare ai loro misfatti.
Loro si preparano a costruirci un inferno di violenze, di leggi speciali e di scontro di civiltà! Hanno imparato bene da Hitler, che agli albori della Germania nazista aveva trovato negli ebrei i responsabili di crimini, povertà e violenza. Oggi il Presidente del Consiglio, il Presidente del Senato, i rappresentanti di una maggioranza xenofoba e violenta sono già pronti a soffiare sul fuoco del razzismo per fare del musulmano di turno il responsabile di tutti i mali che loro hanno generato.
Io ti propongo un gesto simbolico, che forse non fermerà la guerra, gli attentati, e la spirale di violenza che sta soffiando intorno a te. Ma questo gesto avrà la forza di una meditazione profonda e di una testimonianza che accompagna un messaggio che va' nella direzione contraria. Domani mattina prendi un piccolo mazzo di fiori, e accompagnalo con un biglietto con sopra scritto: "Il futuro si può cambiare via le truppe dall'Iraq". E lascia questo mazzo in un luogo ben visibile di una stazione del treno o del metro.
Un umanista aspira semprè di più, nella propria vita, alla coerenza tra ciò che sente, ciò che pensa e ciò che fa, trattando l'altro come vorrebbe essere trattato. Ne consegue che non farà ciò che sente non essere in accordo con questo principio. E quando non ci riesce sa che comunque quella è la direzione che vuole dare al proprio cammino e quotidianamente orienterà le riflessioni, le decisioni e le azioni in tal senso.
Un umanista sa che quando avverte in sè l'incoerenza e fa ciò che sente essere ingiusto per se stesso, va incontro alla sofferenza, va incontro alle catene di una vita in cui NON decide come vuole stare, ma piega il suo stare alle condizioni date da altri. Bloccando così la propria evoluzione personale e quella sociale dell'ambiente nel quale vive. Perchè così contribuisce ad alimentare in chi lo circonda la mancanza di speranza nella possibilità di cambiare.
Quando un umanista si sacrifica, sa di compiere un atto contro se stesso e contro la vita. Non se ne vanta e non la considera una virtù, tantomento declama questa sua scelta come la più giusta e disinteressata possibile.
Una lunga premessa per una piccola, semplice constatazione; l'enorme sacrificio che "qualcuno" dichiara di voler fare (senza entrare nel campo dell'onestà di tali affermazioni!), altro non è che il peggior servigio da poter fare al mondo intero.
Cercare di spacciare un grande sacrificio personale come la miglior scelta possibile è il tentativo di mascherare il senso di tale decisione; e cioè che il sacrificio altro non è che l'incapacità di dare risposte intelligenti e coerenti alle situazioni.
Tipico da parte di qualcuno.
Le ho scelte, finalmente!! E come mi era stato detto, col passare dei giorni iniziano a piacermi un po' di più, visto che alla fine delle oltre 2000 fatte ne ho salvate un migliaio circa.....
Quindi mettetevi comodi e godetevi lo "spettacolo".
Se vi va.
Per adesso non c'è ancora una pagina con tutti i link ordinati (che alla fine sarà postata su materiali.splinder.com ), ma ci sto lavorando.
Ecco i link:
Caro Marcello, a quando una bella dissertazione sulla superiorità della razza?
Quando ci illustrerai l'importanza di mantenere pura la popolazione del nostro paese/continente di fronte all'imbarbarimento conseguente all'unione con razze inferiori?
Fra quanto completerai l'opera di rispolverare (spacciandole per nuove!!) quelle stesse teorie violente e discriminatorie che proprio in questo continente poche decine d'anni fa hanno fatto tanti morti?
Sai quale sarebbe la migliore platea per un oratore del tuo calibro che inonda il mondo con la sua inaudita saggezza?
Un bar di periferia.
Ed eccomi di rientro dal campeggio;
Non farò certo un resoconto completo (sicuramente non adesso, comunque), però posso dire senza dubbio che è stato uno dei miei migliori campeggi. Sento di stare in modo molto più rilassato in mezzo alla gente, di aver superato una serie di contraddizioni e difficoltà che tanto hanno influito in passato.
Non tutto è risolto (anzi!) e non ho certo raggiunto la pace dei sensi, ma sicuramente faccio passi avanti nella mia crescita personale.
Passi avanti che mi mettono di giorno in giorno di fronte a nuovi limiti, tensioni, difficoltà che sono benvenute perchè chiaro "sintomo" di progresso.
....
Ma veniamo al tema più importante: il reportage fotografico del campeggio.
Quest'anno ho fatto intorno alle 2000 foto e molti video. E' così tanta roba che per salvare gli originali al rientro ho usato 2 DVD!
Non ricordo come la pensavo l'anno scorso, ma delle foto che ho rivisto finora me ne piacciono al massimo 10. Sono così deluso che ho pensato pure di NON pubblicarle.....
Ma conto di cambiare idea nelle prossime ore, o almeno di ammorbidire il criterio di valutazione.
Nel frattempo butto su un po' di panoramiche, giusto per far vedere dove eravamo.
Perché tutti devono sapere lo schifo che c'è dietro alla Coca Cola...gente che viene ammazzata, villaggi cui vengono prosciugate falde acquifere.
Leggete...e meditate...la fonte è sicura, sicurissima.
==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 8 del 21 aprile 2005
1. INIZIATIVE. VANDANA SHIVA: LE DONNE DEL KERALA CONTRO LA COCA COLA
[Da "Le monde diplomatique", edizione italiana, marzo 2005. Vandana Shiva,
scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca
e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non
solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e
delle culture native, e' oggi tra i principali punti di riferimento dei
movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione
a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni
e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Tra le
opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria,
Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma
2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo
sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre
dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003]
Espulsa dal governo indiano nel 1977, la Coca Cola ha rimesso piede nel
paese il 23 ottobre 1993, quando vi si insediava l'altra multinazionale
americana, la Pepsi-Cola. Attualmente le due imprese possiedono novanta
stabilimenti "d'imbottigliamento", che in realta' sono di pompaggio: 52
appartengono alla Coca Cola e 38 alla Pepsi-Cola. Ognuno di essi estrae da 1
a 1,5 milioni di litri d'acqua al giorno.
Questo genere di bevande gassose presenta rischi certi, derivanti dallo
stesso processo di fabbricazione. Prima di tutto gli stabilimenti
d'imbottigliamento, pompando dalle falde, tolgono ai poveri il diritto
fondamentale a procurarsi acqua potabile. Inoltre, generano rifiuti tossici
che minacciano l'ambiente e la salute pubblica. Infine, producono bevande
notoriamente pericolose per la salute - il parlamento indiano ha costituito
una commissione parlamentare mista incaricata d'indagare sulla presenza di
residui di pesticidi.
Per piu' di un anno, nel distretto di Palaghat, nel Kerala, alcune donne
delle tribu' di Plachimada hanno organizzato sit-in di protesta contro il
prosciugamento delle falde freatiche provocato dalla Coca Cola. "Gli
abitanti - scrive Virender Kumar, giornalista del quotidiano "Mathrubhumi" -
si caricano sulla testa grandi quantita' di acqua potabile, da andare a
cercare sempre piu' lontano, mentre camion pieni di bevande gassose escono
dallo stabilimento della Coca" (1). Per fare un litro di Coca Cola sono
necessari nove litri di acqua potabile.
Le donne adivasi (2) di Plachimada hanno iniziato ad organizzarsi poco dopo
l'apertura dello stabilimento della Coca Cola la cui produzione doveva
raggiungere, nel marzo 2000, 1.224.000 bottiglie di Coca Cola, Fanta,
Sprite, Limca, Thums up, Kinley Soda e Maaza. Il panchayat locale (3) aveva
concesso alla multinazionale, sotto condizione, l'autorizzazione ad
attingere acqua con l'aiuto di pompe a motore.
Ma la multinazionale, del tutto illegalmente, dopo aver scavato piu' di sei
pozzi attrezzandoli con pompe elettriche ultrapotenti, ha iniziato a pompare
milioni di litri di acqua pura. Il livello delle falde e' drasticamente
sceso, passando da 45 a 150 metri di profondita'.
Non contenta di rubare acqua alla collettivita', la Coca Cola ha inquinato
il poco che ne rimaneva convogliando le acque sporche nei pozzi a secco
scavati nello stabilimento per sotterrare i rifiuti solidi.
Prima, l'impresa depositava i rifiuti in superficie, cosicche' nella
stagione delle piogge questi ultimi, disperdendosi fra risaie, canali e
pozzi, costituivano una gravissima minaccia per la salute pubblica.
Oggi non e' piu' cosi'. Ma la contaminazione delle sorgenti di acqua resta
un dato di fatto.
Con le sue procedure, la Coca Cola ha provocato il prosciugamento di 260
pozzi, la cui trivellazione era stata eseguita dalle autorita' per sopperire
al bisogno di acqua potabile e all'irrigazione agricola.
In questa regione del Kerala, definita "il granaio di riso" proprio perche'
si tratta di un ecosistema ricco e molto ben fornito di acqua, le rese
agricole sono diminuite del 10%. Il colmo e' che la Coca Cola ridistribuisce
agli abitanti dei villaggi, sotto forma di concime, i rifiuti tossici
prodotti dal suo stabilimento. I test effettuati hanno infatti dimostrato
che questi concimi hanno un'alta percentuale di cadmio e piombo, due
sostanze cancerogene.
Rappresentati delle tribu' e dei contadini hanno denunciato non solo la
contaminazione delle riserve acquifere e delle sorgenti, ma anche le
trivellazioni senza criterio che compromettono gravemente i raccolti; hanno
richiesto, in particolare, la protezione delle tradizionali sorgenti di
acqua potabile, degli stagni e dei vivai di pesci, la manutenzione delle vie
navigabili e dei canali, il razionamento dell'acqua potabile.
Invitata a fornire spiegazioni sul suo operato, la Coca Cola ha rifiutato al
panchayat i chiarimenti richiesti. Di conseguenza, quest'ultimo le ha
notificato la soppressione della licenza di sfruttamento delle acque. Per
tutta risposta, la multinazionale ha cercato di comprarne il presidente,
Anil Krishnan, offrendogli 300 milioni di rupie. Inutilmente.
Tuttavia, mentre il panchayat le ritirava il permesso di sfruttamento, il
governo del Kerala, da parte sua, ha continuato a proteggere l'impresa.
Non a caso le ha concesso circa 2 milioni di rupie (36.000 euro) a titolo di
sovvenzione alla politica industriale regionale. La Pepsi e la Coca Cola
ricevono aiuti simili in tutti gli stati in cui sono presenti. E questo per
bibite il cui valore nutrizionale e' nullo rispetto a quello delle bevande
indiane tradizionali (nimbu pani, lassi, panna, sattu...).
L'industria delle bibite gassose utilizza sempre piu' lo sciroppo di mais ad
alto tenore di fruttosio. Non solo questo edulcorante e' nefasto per la
salute, ma lo stesso mais viene coltivato per produrre industrialmente
alimenti per il bestiame. Una grande quantita' di mais viene quindi
sottratta al consumo alimentare, privando alla fine i poveri di un prodotto
di base essenziale e a buon mercato.
Per di piu', la sostituzione di dolcificanti estratti dalla canna da
zucchero, come il gur e il khandsari, danneggia i contadini ai quali questi
prodotti garantivano redditi e mezzi di sussistenza.
In sintesi, la Coca Cola e la Pepsi-Cola provocano, sulla catena alimentare
e sull'economia, un impatto pesante che non si limita al contenuto delle
bottiglie.
*
Nel 2003, le autorita' sanitarie del distretto hanno informato gli abitanti
di Plachimada che l'acqua, ormai inquinata, non poteva essere usata per
scopi alimentari. Le donne erano state le prime a denunciare questa
"pirateria idrica" nel corso di un dharna (sit-in) di fronte ai cancelli
della multinazionale.
Nato per iniziativa delle donne adivasi, il movimento ha attivato, non solo
a livello nazionale, ma mondiale, un crescendo di solidarieta'.
Incalzato dall'espandersi del movimento e dalla siccita' che ha
ulteriormente aggravato la crisi idrica, finalmente, il 17 febbraio 2004, il
capo del governo del Kerala ha ordinato la chiusura dello stabilimento della
Coca Cola. Le alleanze arcobaleno, nate inizialmente tra le donne della
regione, hanno finito con il coinvolgere tutto il panchayat.
Non solo, quello di Perumatty (nel Kerala), ha presentato, in nome del
pubblico interesse, un'istanza contro la multinazionale presso il tribunale
supremo del Kerala.
Il 16 dicembre 2003, il giudice Balakrishnana Nair ha ordinato alla Coca
Cola di smettere di pompare illegalmente dalla falda di Plachimada.
Le motivazioni della sentenza valgono quanto il verdetto stesso.
Il magistrato ha infatti voluto precisare: "La dottrina della pubblica
sicurezza si basa innanzi tutto sul principio per cui alcune risorse come
l'aria, l'acqua del mare, le foreste abbiano, per l'insieme della
popolazione, un'importanza cosi' grande che sarebbe totalmente
ingiustificato farne oggetto di proprieta' privata. Le suddette risorse sono
un dono della natura e dovrebbero essere messe a disposizione di tutti in
modo gratuito, indipendentemente dalla posizione sociale. Poiche' tale
dottrina impone al governo di proteggere queste risorse, in modo che
l'insieme della collettivita' possa usufruirne, nessuno puo' autorizzarne
l'utilizzo da parte di privati o a fini commerciali... Tutti i cittadini
senza eccezione sono i beneficiari delle coste, dei corsi d'acqua,
dell'aria, delle foreste, delle terre fragili da un punto di vista
ecologico. In quanto amministratore, lo stato, per legge, ha il dovere di
proteggere le risorse naturale [le quali] non possono essere trasferite alla
proprieta' privata".
In sintesi: l'acqua e' un bene pubblico. Lo stato e le sue diverse
amministrazioni hanno il dovere di proteggere le falde freatiche da uno
sfruttamento eccessivo, e la loro inazione in materia e' una violazione al
diritto alla vita garantito dall'articolo 21 della Costituzione indiana. La
Corte suprema ha sempre affermato che il diritto di usufruire di un'acqua e
di un'aria non inquinate fa parte integrante del diritto alla vita stabilito
dal suddetto articolo.
In altre parole, anche in assenza di una legge che regoli specificamente
l'utilizzazione delle falde freatiche, il panchayat e lo stato sono tenuti
ad opporsi allo sfruttamento intensivo di queste riserve sotterranee.
E il diritto di proprieta' della Coca Cola non si estende alle falde situate
sotto le terre che le appartengono. Nessuno ha il diritto di appropriarsi
della maggior parte dell'acqua, e il governo non ha alcun potere di
autorizzare un terzo privato ad estrarne tali quantita'.
Da qui i due ordini emessi dal tribunale: entro un mese la Coca Cola dovra'
progressivamente smettere di pompare acqua per suo uso; passato questo
termine, il panchayat e lo stato garantiranno l'applicazione della sentenza.
*
La rivolta delle donne, che sono il cuore e l'anima del movimento, e' stata
ripresa da giuristi, parlamentari, scienziati e scrittori...
Il movimento si e' esteso ad altre regioni, dove la Coca e la Pepsi pompano
le riserve acquifere a danno degli abitanti. A Jaipur, la capitale del
Rajahstan, dopo l'apertura, nel 1999, dello stabilimento della Coca Cola, il
livello delle falde e' passato da dodici metri di profondita' a trentasette
metri e cinquanta. A Mehdiganj, una localita' a venti chilometri dalla
citta' santa di Varanasi (Benares), e' sceso di dodici metri e i campi
coltivati attorno allo stabilimento sono ormai inquinati. A Singhchancher,
un villaggio del distretto di Ballia (nell'est dell'Utar Pradesh), lo
stabilimento della Coca Cola ha inquinato definitivamente acque e terre.
Ovunque la protesta si organizza.
Ma va sottolineato che, nella maggior parte dei casi, le autorita' pubbliche
reagiscono con violenza alle manifestazioni. A Jaipur, per esempio, il
militante pacifista Siddharaj Dodda e' stato arrestato nell'ottobre 2004 per
aver partecipato ad una marcia che chiedeva la chiusura dello stabilimento.
Al prosciugamento dei pozzi si aggiungono i rischi di contaminazione da
pesticidi. Il tribunale supremo del Rajahstan ha proibito la vendita delle
bibite prodotte da Coca e Pepsi, perche' queste ultime si sono rifiutate di
fornire la lista dettagliata dei componenti, quando alcune analisi hanno
dimostrato la presenza di pesticidi pericolosi per la salute (4). Le due
multinazionali hanno presentato ricorso alla Corte suprema dell'India, ma
questa ha rifiutato l'appello e ha convalidato la richiesta del tribunale
del Rajahstan, ordinando la pubblicazione della composizione precisa dei pro
dotti fabbricati dalla Pepsi e dalla Coca. A tutt'oggi, queste bevande sono
proibite nella regione.
Uno studio, condotto nel 1999 da All India Coordinated Research Project on
Pesticide Residue (Aicrp), ha dimostrato che il 60% dei prodotti alimentari
venduti sul mercato e' contaminato da pesticidi e che il 14% ne contiene
dosi superiori alla quantita' massima autorizzata.
Una tale constatazione rimette in discussione il mito secondo cui le
multinazionali privilegerebbero la sicurezza e l'affidabilita', il che le
renderebbe degne di una fiducia rifiutata al settore pubblico e alle
autorita' locali. Questo pregiudizio elitario contro l'amministrazione
pubblica di beni e servizi ha contribuito a fare accettare la
privatizzazione dell'acqua. In India, come altrove nel mondo, il ricorso ai
privati impedisce di fornire acqua di qualita' a un prezzo abbordabile.
*
Il 20 gennaio 2005, in tutta l'India, attorno agli stabilimento della Coca
Cola e della Pepsi-Cola, sono state organizzate delle catene umane.
Tribunali popolari hanno notificato agli "idro-pirati" l'ordine di lasciare
il paese.
Il caso di Plachimada dimostra che il potere del popolo puo' avere la meglio
su quello delle imprese private. I movimenti per la difesa delle acque,
peraltro, si spingono ben oltre.
Vogliono parlare anche delle dighe, e del grande progetto di collegamento
fluviale i cui piani, che prevedono la deviazione del corso di tutti i fiumi
della penisola indiana, suscitano un'opposizione crescente (5). Denunciano
le privatizzazioni incentivate dalla Banca mondiale e la privatizzazione
della fornitura di acqua a Delhi (6). Bisogna infatti sottolineare che il
saccheggio non potrebbe aver luogo senza l'aiuto di stati centralizzatori e
corporativi.
La battaglia contro il furto dell'acqua non riguarda solo l'India.
L'eccessivo sfruttamento delle falde freatiche, i grandi progetti di
deviazione dei corsi d'acqua pregiudicano la conservazione della Terra nel
suo complesso. Per avere un'idea della posta in gioco, bisogna sapere che se
ogni punto del pianeta ricevesse la stessa quantita' di precipitazioni, con
la stessa frequenza e secondo lo stesso schema, ovunque troveremmo le stesse
piante e le stesse specie animali. Il pianeta e' fatto di diversita'. Il
ciclo idrologico del pianeta e' una democrazia dell'acqua - un sistema di
distribuzione al servizio di tutte le specie viventi. Dove non c'e'
democrazia dell'acqua, non ci puo' essere vita democratica.
*
Note
1. Virenda Kumar, Lettera aperta al capo del governo, "Mathrubhumi",
Thiruvananthapuram (Kerala), 10 marzo 2003.
2. Il termine Adivasi designa le tribu' autoctone nelle quali non esiste un
sistema di caste [ndt].
3. Il consiglio che esercita l'autorita' nel villaggio.
4. Le bevande contenevano diversi pesticidi tra i quali il Ddt. La
commissione del governo ha concluso che questi residui erano "nei limiti
normativi" accettati in India... Nelle bottiglie di Coca o di Pepsi
consumate negli Stati uniti o in Europa non si trova alcuna traccia di
pesticidi.
5. Arundhati Roy, The Cost of Living, Modern Library, 1999.
6. Per il ritrattamento delle acque, il cantiere e' stato affidato a
Degremont, filiale del gruppo Suez. A Delhi, negli ultimi anni il prezzo
dell'acqua e' aumentato di dieci volte.
2. INIZIATIVE. MARINA FORTI: COCA COLA, LA BATTAGLIA DEGLI AZIONISTI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 19 aprile 2005. Marina Forti, giornalista
particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti umani, del sud
del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano "Il manifesto"
sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia globale e delle
lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per sopravvivere e far
sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di Marina Forti: La signora
di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo,
Feltrinelli, Milano 2004]
Non sono molte le occasioni per incontrare i massimi dirigenti esecutivi di
una grande azienda multinazionale. Una e' l'assemblea annuale degli
azionisti: per questo una rete di attivisti sociali si e' data appuntamento
questa mattina all'Hotel Du Pont di Wilmington, Delaware, dove e' convocata
l'assemblea degli azionisti della Coca Cola.
Con "una forte presenza dentro e fuori l'assemblea", sperano di "lanciare un
avvertimento agli azionisti, creditori e potenziali investitori, che saranno
tenuti a rendere conto delle azioni irresponsabili dell'azienda". La
mobilitazione e' promossa dalla campagna "Stop Killer Coke", dall'India
Resource Centre e da alcuni gruppi per la "corporate accountability", che si
potrebbe tradurre come "trasparenza" o "responsabilita'" delle aziende.
Gli attivisti contano di farsi sentire anche dentro l'assemblea grazie a
amici e simpatizzanti titolari di azioni della Coca Cola.
Chiederanno conto all'azienda di Atlanta di "gravi violazioni dei diritti
umani, ambientali, e sulla salute". Citano in particolare due casi: il
rapimento, tortura e uccisione di sindacalisti degli stabilimenti Coca Cola
in Colombia, e la storia dello stabilimento di Plachimada, villaggio del
Kerala, India, che ha prosciugato le falde idriche dell'intero distretto.
*
In Colombia, dal 1990 numerosi lavoratori degli impianti di imbottigliamento
della Coca Cola sono stati uccisi. In particolare il sindacato Sinaltrainal
denuncia che diversi suoi dirigenti - dipendenti della Coca Cola - sono
stati rapiti, torturati e assassinati da squadre della morte. Nel 2001 la
United Steelworkers Union (il sindacato dei metallurgici Usa) e il gruppo di
avvocati International Labor Rights Fund hanno ripreso la denuncia del
sindacato colombiano e hanno fatto causa alla Coca Cola presso il tribunale
federale di Washington, con l'accusa di mantenere relazioni con diverse
squadre della morte allo scopo di intimidire gli attivisti sindacali.
L'azione legale per ora e' finita in nulla, il tribunale ha accolto la
difesa dell'azienda: Coca Cola non nega i fatti ma dice che rapimenti e
uccisioni sono parte di un "generale clima di violenza" in Colombia. Dice
anche che gli stabilimenti colombiani sono proprieta' di ditte locali,
dunque Coca Cola non ha responsabilita' legali.
*
Altra e' la storia di Plachimada, in India. Qui la Coca Cola aveva aperto
nel 2000 uno stabilimento per imbottigliare le sue note bibite con licenza
del locala panchayat, il consiglio elettivo di villaggio. Poi pero' e'
risultato che pompava 1,5 milioni di litri al giorno da sei pozzi. In breve,
Plachimada e i villaggi circostanti sono rimasti all'asciutto, i pozzi
pubblici di acqua potabile erano a secco, l'acqua per l'agricoltura
scomparsa. Nel 2003 dunque il panchayat non ha rinnovato la licenza, e la
Coca Cola ha fatto ricorso. E' cominciata cosi' una battaglia finita in un
lungo "assedio" di massa allo stabilimento. Una sentenza della Hight Court
(l'alta corte statale) del Kerala ha poi dato ragione al panchayat di
Plachimada: diceva che lo stato ha "il dovere legale di protegge le risorse
naturali. Queste risorse intese per l'uso e il beneficio pubblico non
possono essere convertite in proprieta' privata" (6 dicembre 2003). Nel
febbraio del 2004 il governo del Kerala ha infine chiuso lo stabilimento. La
storia pero' non e' finita, perche' Coca Cola ha fatto ricorso e pochi
giorni fa ha ottenuto una sentenza favorevole: sarebbe autorizzata a
estrarre fino a cinquecentomila litri d'acqua al giorno - ma lo stabilimento
resta chiuso, il panchayat e il comitato di solidarieta' che lo sostiene
intendono rivolgersi alla Corte suprema.
*
Tutto questo sara' evocato oggi anche grazie a una risoluzione proposta da
due "piccoli azionisti": il fondo pensione degli impiegati comunali e quello
degli insegnanti di New York chiederanno di mandare "una delegazione di
inchiesta indipendente che includa rappresentanti di organizzazioni
statunitensi e colombiane per i diritti umani" a verificare le condizioni di
lavoro negli stabilimenti di Coca Cola all'estero. I vertici dell'azienda si
opporranno, offrendo in cambio di commissionare una verifica a una ditta
specializzata in monitoraggio degli standard sociali delle aziende.
==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 8 del 21 aprile 2005
Venerdì scorso ero ad un incontro insieme a tanti amici, e si parlava di non-violenza, di aspirazioni, sogni, di atti lanciati nel futuro.
Di Gandhi, di Martin Luther King, di Silo. Di ciò che hanno iniziato nella loro vita e che evidentemente non è terminato con la morte del loro corpo. Perchè le loro idee, le loro aspirazioni,le azioni compiute in vita sono ancora oggi in mezzo a noi. E ancora oggi influenzano tutti noi.
....
Ho anche pensato ad una cosa che mi aveva detto mia madre qualche ora prima; cioè che mio nipote di 3 anni, vedendo arrivare da lui i nonni ha chiesto se lo zio (cioè io) sarebbe venuto a prenderli per riportarli a casa come accade molto spesso. Alla sola idea si era illuminato di speranza e di eccitazione, perchè sa che in me trova un compagno di giochi.
Questo mi ha fatto riflettere e comprendere (ma forse è più giusto dire ricordare)quanto io sono già nella sua vita, indipendentemente dalla presenza fisica. La sola idea di vedermi provoca in lui uno stato d'animo.
Io sono nella sua vita, e quello che ho fatto fino ad oggi, quello che ho detto, come l'ho trattato ormai è in lui, e niente potrà più cancellarlo. Ormai un pezzetto della mia vita è nella sua.
Se anche dovesse capitarmi qualcosa, se dovessi morire, quello che sta nel cuore di quel bambino rimarrà lì, non se ne andrà come il mio corpo.
Ed insieme a quello rimarrà anche tutto ciò che ho costruito nel mondo, con gli altri.
Con i miei genitori, con i miei amici, con le persone che mi sono state vicine e quelle alle quali sono stato vicino.
Ma anche, semplicemente, rimarrà qualsiasi mia azione.
Anche un sorriso ad un passante che lo ha fatto sorridere in risposta.
Bene.
Da questa premessa, cosa voglio fare della mia vita? Voglio seguire i valori che ho intorno a me, vedere il prossimo come un mezzo con cui soddisfare le mie necessità, qualcuno da cui difendermi, di cui diffidare, oppure vedere chi mi sta accanto ogni giorno come una occasione per alimentare in me e accendere nell'altro la fiamma della speranza, della fiducia nell'essere umano e impegnarmi a costruire qualcosa di solido, coerente, proiettato verso un presente ed un futuro sempre più degno di essere vissuto per tutti?
Voglio arraffare soldi, oggetti, affetti per tutta la vita e perdere tutto nel momento della morte, oppure dare disinteressatamente e lanciare la mia vita in una costruzione che andrà ben oltre la durata del mio corpo?